Il prossimo 5 aprile ci sarà la prima a Roma di “Veloce come il vento” un film atteso con curiosità dalla vasta platea degli appassionati di corse. Noi ci saremo. Nel frattempo vi raccontiamo cosa c’è dietro.

La narrazione nel motorsport è qualcosa che qui in Italia è ancora terreno tutto da esplorare e questa disciplina sportiva ha in pancia tanta di quella storia da raccontare da poter avvicinare (e appassionare) anche quelle persone che riuscirebbero appena a riconoscere la differenza tra una effeuno e una GT.
In questo contesto la cinematografia sportiva ci ha consegnato poche, ma belle pellicole dedicate all’automobilismo. Senza fare qui una lista, seppur breve, una su tutte rimane la 24 Ore di Le Mans con un leggendario Steve McQueen che per produrlo ha rischiato di fallire letteralmente sia con la sua famiglia che come produttore.

In questo contesto l’Italia non ha mai realizzato alcunché e in un Paese dove a farla da padrone è il calcio l’idea di un film dedicato al motorsport è tutta da accogliere.

Il plot è articolato quanto basta per non essere troppo immediato e banale: una giovane pilota (ché le donne oramai vanno alla stragrande anche nel motorsport), minorenne e con fratello piccolo a carico, un fratello più grande, perso nella droga e nelle storie malandate di una vita difficile, ma anche nei ricordi di un passato dove correva e vinceva,  anche se nei rally, e un Campionato GT la cui vittoria diventa mezzo di emancipazione e rilancio per la grintosa ragazzina e per un fratello coach dalle tante voglie di riscatto altrimenti represse. I protagonisti sono uno Stefano Accorsi che non ha  bisogno di presentazioni, certamente tra gli attori più bravi che il nostro Paese può vantare ed una sconosciuta (almeno per me) Matilda De Angelis nei panni di Giulia, la protagonista pilota della pellicola.

Come sarà lo scriverò qui dopo aver visto la pellicola, ma vale la pena sottolineare, a proposito del valore intrinseco del motorsport storytelling, che questa sceneggiatura è liberamente ispirata e scritta attorno alle vicende di un pilota di rally vero, bravo, bravissimo ma tormentato e spezzato dai fatti della vita: Carlo Capone. Vince il Campionato Europeo Rally nel 1984 con la Lancia 037, lui da privato e battendo un Henry Toivonen pilota ufficiale Lancia e rimanendo, subito dopo, appiedato per le sue dichiarazioni “politicamente scorrette” è per un carattere mai domo che mai si adatta ad un ambiente “ufficiale”. Da Campione Europeo si ritira definitivamente l’anno successivo e alle difficoltà e le forti delusioni professionali iniziano a tormentarlo. Droga e depressione diventano le maledette compagnie di una vita che definitivamente si spezza con la morte della figlia e l’abbandono della moglie. Oggi, Carlo Capone, quel grande pilota che era, vive in una struttura protetta in Piemonte specializzata nel sostegno e nell’assistenza alle persone con patologie psichiatriche.

Dietro “Veloce come il Vento” c’è tratteggiata l’immagine di Capone e anche per questo è un film che merita l’applauso.

Ultimo, ma non ultimo il discorso dell’importante apporto di Peugeot che ha messo a disposizione Paolo Andreucci come controfigura e istruttore di Accorsi e anche due vetture pietre miliari della storia delle corse: la 205 GTi e la 205 Turbo 16 campione del mondo rally nel 1985 e 1986.

LA RECENSIONE

Lo confesso, mi ero avvicinato al film con quella sottile, solida diffidenza di chi ama il motorsport e di film, al riguardo, ne ha visti troppi e fatti scandalosamente male. Poi dopo pochi minuti di visione lo scetticismo ha lasciato il posto alla meraviglia.

Poche parole: fatto bene, commuove un po’ per la sua solida storia e strappa applausi per il montaggio e le scene di gara.

Ma andiamo con ordine. La trama l’ho già sommariamente descritta nel precedente post , qui voglio riportare le mie sensazioni e alcune riflessioni. Innanzitutto la storia. Il mondo delle competizioni qui è pretesto per raccontare altro: la difficoltà di vivere quando rimani solo, l’importanza delle amicizie poche e sincere, la voglia di riscatto e la volontà di non mollare mai e la passione, l’ingrediente fondamentale per alimentare la tua voglia di riscatto e la forza di perseguirlo. Il primo fotogramma è una frase di Mario Andretti che Matteo Rovere, il regista, fa sua: “se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce”.

E in questa storia i protagonisti vanno tanto veloce da non avere, sotto controllo, molte cose delle loro rispettive vite. Vanno veloce, ma su due piani esistenziali differenti. La sorella che ha appena perso il papà a bordo pista mentre gli faceva da attento e premuroso spotter e, ancora minorenne, si ritrova ad accudire il fratellino piccolo con l’attenzione e determinazione di una mamma navigata, i servizi sociali pronti a levargli quell’ometto senza sorrisi, il fratello, ex pilota di successo, che ha deciso di sfamare la sua fame di vita nella maniera sbagliata vivendo le sue giornate con una costante, malinconica, voglia di riscatto e l’impotenza di chi si inietta in corpo e si fuma veleno. Si incontreranno per innescare un racconto denso e drammatico costruito miscelando la disperazione di chi cerca di tenere in pista la propria vita, oltre ad una vettura da corsa, e la forza di volontà disperata, unica chance per riuscire a vincere in pista e fuori.  Ecco che allora le corse automobilistiche diventano il paradigma di un messaggio ben più forte: quello che la vita è un costante bilanciamento tra responsabilità ed irresponsabilità, che per viverla bisogna alle volte osare destreggiandosi come una danza ad alta velocità tra le curve di un autodromo e che se ogni tanto non riesci e ti scomponi, l’auto come la vita, con la forza di volontà e la dedizione alla fine riesci a raddrizzarla, la situazione.

Ma “Veloce Come il Vento” è anche un film di genere. Le corse e le auto ci sono in quantità massiccia e la ripresa, il montaggio riesce magnificamente ad esaltare la carica adrenalinica tipica di questo mondo. Inquadrature strette, velocità, montaggio spot di immagini brevi per descrivere l’attimo. Anche la post produzione ha fatto il suo ottimo lavoro. E, per chiudere, se pensiamo che il budget di questo film è stato sicuramente una infinitesima parte di quello di Rush (38 milioni di euro), il plauso alla squadra messa in piedi dal regista Matteo Rovere e il produttore Davide Procacci, non può che essere pieno e convinto.

Per chiudere godiamoci il Making of:

A proposito dell'autore

Marco Della Monica
car & motorsport contributing editor

Post correlati