Non è proprio una cosa da tutti i giorni avere al tuo fianco Paolo Andreucci, il campione italiano di Rally per eccellenza, che non solo ti consiglia come affrontare al meglio le curve del circuito Flat Track di Misano, ma addirittura lo fa mentre stai guidando la “sua” Peugeot 208 T16 R5, proprio quella che Paolo utilizza nelle tappe del Campionato Italiano Rally. Capirete da soli la specialità di questo momento e quanto ci si possa sentire privilegiati nel viverlo.

Siamo in un mondo in cui non ci addentriamo troppo spesso, quello del Rally, fatto di assetti agli antipodi rispetto a quelli da strada, gomme tacchettate, ruote che potrebbero staccarsi dal suolo ma soprattutto terra, terra ovunque, specialmente sotto alle gomme. Dobbiamo resettare tutte le nostre esperienze di guida, fatte di traiettorie millimetriche, guida quanto più pulita possibile, punto di corda e chi più ne ha più ne metta. Oggi dobbiamo domare una Peugeot 208 decisamente arrabbiata su un manto di terra che non promette nulla di buono in termini di aderenza.

Sfida accettata!

La 208 T16 è larga, larghissima, ma nonostante tutto è chiaramente percepibile il modello da cui deriva. Le linee sono quelle della hot hatch fran- cese che tanto abbiamo apprezzato negli ultimi anni, ma dopo un trattamento intensivo di testo- sterone. I cerchi di serie lasciano spazio ad un set da 15” specifici per l’assetto da terra, che nascondono l’impianto frenante Alcon con dischi da 300mm morsi da pinze a quattro pistoncini per la configurazione terra, mentre quando si tratta di prove su asfalto i dischi crescono fino a 355mm. Sul lunotto posteriore si materializza uno spoiler quantomeno generoso e l’impianto di scarico, lì dietro, potrebbe sembrare un semplice tubo attaccato al motore, ma già guardandolo così si capisce che al momento dell’accensione è meglio non trovarsi nei paraggi, pena il finire arrosto. E visto che la giornata è già caldissima, con la tuta ed il casco poi, preferiamo non correre il rischio.

Dentro non è rimasto praticamente nulla del modello di serie, tutte le plastiche, l’i-Cockpit, il volante rimpicciolito che hanno fatto la fortuna dell’ultima generazione della 208 sono stati cestinati in favo- re di componentistica racing come il volante dal piantone lunghissimo, necessario per raggiungere le mani del guidatore che siede ora praticamente al centro dell’auto, in una posizione decisamente più arretrata ed accentrata rispetto a quella del modello di serie, stretto al sedile da corsa dalle classiche cinture multipunto. Pensate che la posizione di guida è cambiata in maniera così radicale che addirittura gli specchietti retrovisori sono stati riposizionati a metà portiera… Anche la strumentazione di serie lascia il posto ad una ben più scarna, che indica semplicemente il regime di rotazione del 1.6 e la marcia inserita, più una serie di informazioni ulteriori delle quali capiremo l’importanza solo una volta alla guida.

Ma ora basta con le chiacchiere, è il momento di guidare. Accendiamo il 1.6 Turbo da 280 cv a 6.000 giri al minuto e ben 400 Nm di coppia disponibili già a 2.500 giri, e come preventivato venia- mo inondati dal sound del cannone lì dietro. Una volta ripresa coscienza e mossi i primi metri ci troviamo con le ruote sulla terra, ma a velocità umane sembra di stare sull’asfalto. La T16 non sembra proprio volerne sapere di traversi di potenza o perdite di controllo, semplicemente sembra di esse- re sui binari grazie all’assetto particolarmente affilato, che può contare su uno schema Pseudo McPherson sia all’anteriore che al posteriore, ed ammortizzatori Ohlins su tutte e quattro le ruote. Ben presto ci rendiamo conto che per guidarla come si deve bisogna tenere i giri alti ed il turbo in pressione, ma l’aiuto definitivo è il Bang,  che una volta attivato trasforma le reazioni di questa Peugeot.

Finalmente iniziamo a divertirci, l’elasticità del motore permette di ridurre al minimo le cambiate e sfruttare semplicemente la coppia generosa. Per indurre una sbandata basta pinzare forte in ingresso di curva e lasciar scivolare il posteriore, eventualmente aiutandosi con un colpetto di freno a mano, per poi spalancare il gas in uscita sicuri che le quattro ruote motrici (già, su una 208) faranno il loro dovere e vi proietteranno fuori dalla curva alla stessa velocità di un cartoncino sparato da una fionda contro la la- vagna della maestra delle elementari. Le sospensioni sembrano inchiodate quando si tratta di pennellare le traiettorie al millimetro, ma quasi magicamente iniziano a digerire senza evidenti sforzi ogni singola sconnessione quando il fondo si fa irregolare.

È vero che ci vuole qualche istante per capire a fondo come comportarsi con questa 208, ma una volta capito il trucco l’unico termine che potrebbe racchiudere e descrivere tutte le sensazioni di guida è: gioia. Bisogna ammettere che, con i dovuti accorgimenti, guidare su terra non è poi tanto diverso dal guidare su asfalto. Gran parte del merito però va alla 208 T16 (piuttosto che alla nostra bravura alla guida) è così precisa, affilata, ha delle reazioni così limpide e lineari che bisogna proprio esagerare per ricordarsi che sotto alle ruote non c’è del solido asfalto ma tanta, tantissima terra sdrucciolevole. E poi quel sound, difficilmente uscirà dalla nostra testa, e dalle nostre orecchie. Un sound puro, senza diaframmi artificiali dati dalle norme anti inquinamento o chi più ne ha più ne metta, semplicemente il sound che dovrebbe avere ogni auto da corsa, accompagnato da fragorosi boati ad ogni cambiata, con il turbo che fischia ad ogni regime.

Ma è anche vero che difficilmente un pilota della domenica, e tantomeno un pilota che non sia Andreucci, riuscirebbe a portarla al limite. Pur spingendo quanto più forte possibile in pista, la 208 sembra avere dei margini ancora ampissimi, a prescindere da quanto forte si stia andando. È spontanea e richiede sì una grande concentrazione, ma riesce a perdonare praticamente ogni errore. Giro dopo giro la confidenza aumenta e cresce anche il ritmo, ma nonostante questo i limiti sembrano trovarsi sulla cima di una montagna che ancora nessuno è riuscito a conquistare.

Noi, per conto nostro, possiamo dire di esserci fermati al primo campo base, ma la scalata per la vetta è ancora lunga.

Umberto Circi

 

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