Inside Porsche

Immaginate che vi venga chiesto di riassumere a sole 50 vetture i settant’anni di storia di uno dei Marchi più vincenti di sempre. È un po’ come chiedere ad un fanatico dei Beatles di scegliere le sue tre canzoni preferite, o costringere un inguaribile ghiottone a prendere un’unica barretta di cioccolato dal reparto dolci di un supermercato. Entrambi questi ipotetici individui ci potrebbero mettere giorni a prendere una decisione, e tutti e due verranno dilaniati dall’insicurezza immediatamente dopo aver operato la scelta finale. Le cose sono andate più o meno così per i curatori del Petersen Automotive Museum a Los Angeles, quando si sono imbarcati nella missione di allestire The Porsche Effect, un’esibizione temporanea (12 mesi) che mette in mostra il meglio dei primi 70 anni di Porsche.

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“Questa mostra vuole evidenziare come Porsche abbia creato una silhouette senza tempo; un fascino memorabile, con una base di fan enorme” afferma Brittanie Kinch del museo Petersen. Basta far scorrere lo sguardo lungo le curve gentili di una delle auto più vecchie della collezione per capire esattamente quello di cui sta parlando. Osservare la Type 64 del 1939, poi, è un’esperienza quasi commovente. Le forme, nella loro completezza, la grafica dei finestrini e il modo in cui la carrozzeria curva senza soluzione di continuità dai fianchi fino al posteriore, sono il chiaro segno di quel look che, oggi, conosciamo col nome di 911. Ovviamente è proprio la 911 a dominare l’esposizione, ma ci sono tanti promemoria al fatto che il design e l’ingegneria di Porsche abbiano seguito diversi percorsi, alcuni di questi – come il concept 928 quattro porte – si rivelarono vicoli ciechi (anche se, forse, temporaneamente). Troviamo anche una chiara enfasi sull’importanza che il Sud della California ha avuto nel dare forma alla leggenda della Porsche, a partire dalla 356 Speedster di Steve McQueen fino ad arrivare alla singolare 911 hot-rod modificata da Rob Dickinson, che lo ispirò ad avviare il suo attuale business con Singer Vehicle Design.

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Ovviamente ci troviamo di fronte anche alle conquiste di Porsche nel Motorsport, passando dalla piccola 550 Spyder fino alla 919 Hybrid che si è ritirata di recente. Quello che impressiona di più, però, non è la semplice mole di vittorie, bensì la varietà degli ambiti di suddette vittorie, la capacità del Marchio e del pilota di vincere nelle discipline più disparate, la cui sintesi probabilmente più rappresentativa è l’immagine di Vic Elford che troneggia in cima al podio al termine della 24 Ore di Daytona del 1968 a bordo di una 907, a distanza di pochi giorni dal primo posto a Monte Carlo in una 911. Come nei migliori film per famiglie, The Porsche Effect è studiata per essere apprezzata da tutti. Potreste tranquillamente vederla come un’ammucchiata di auto fighe, portarvi dietro una busta di pop-corn ed uscirne con un sorrisone e lo smartphone pieno di bombe da caricare su Instagram. Ma volendo scavare più a fondo, ci si ritrova spiazzati di fronte alla sofisticata ingegneria e al desiderio di innovare che caratterizza una compagnia che a volte – ingiustamente – viene definita conservativa, considerando solo la sua riluttanza a mollare il setup a motore posteriore che ha adottato ormai 70 anni fa.

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Molte case automobilistiche fanno fatica a collegare un passato scintillante con un presente più prosaico. Ma il fatto che auto come Type 64, RSR e 917 possano sedersi fianco a fianco con una Carrera GTS senza che nessuna appaia fuori posto, beh, è una chiara dimostrazione che Porsche ha sempre in mente il suo passato ed il percorso che l’ha portata fino ai giorni nostri.

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