Inside Ariel

Considerate questi numeri. 1.200 cv. Wow. Quasi 10.000 Nm sulle ruote. Miseriaccia. 0-160 km/h in 3,8 secondi. 0-240 in 7,8 secondi. Riuscite anche solo ad immaginare? Riuscite a pensare a che fegato vi servirebbe per viaggiare attraverso il tempo e lo spazio ad una tale velocità? Queste cifre inverosimili appartengono ad una macchina attualmente in fase di sviluppo non a Maranello, a Molsheim o ad Ängelholm, ma a Crewkerne, nel Somerset. Una macchina elettrica per giunta. È l’ultima creazione della Ariel, attualmente nella fase iniziale del prototipo e prevista per la produzione nel 2020. Non ha ancora un nome, ma è il frutto del Progetto Hipercar – un nome decisamente adatto. Siamo venuti ​​ad aspettarci l’inaspettato dalla Ariel. Una piccola e ancora giovane azienda con un nome molto vecchio è passata da un’auto sportiva minimalista (Atom) ad una moto personalizzata (Asso) fino ad un fuoristrada hardcore (Nomad) negli ultimi 18 anni. Ed ora sta creando un EV che divorerà l’asfalto. “Siamo fortunati perché possiamo annunciare che stiamo costruendo una Hypercar e nessuno sembra sorpreso”, dice il fondatore dell’azienda Simon Saunders. “Ma ci sono molti ostacoli da superare. Molte delle soluzioni tecnologiche richieste dalla Hipercar non esistono ancora”.

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È un bel salto dalla Atom alla Hipercar, ma ha senso per Saunders: “Quando abbiamo iniziato, volevamo fare auto a basso volume di vendite che fossero intrinsecamente inadatte per volumi elevati. Ciò si adatta perfettamente a questo approccio. Abbiamo considerato una Atom elettrica ma aveva poco senso. Questa è diversa, è fattibile e nasce dal vantaggio in termini di prestazioni cha la Tesla e simili hanno dimostrato. Tutto ciò interessa noi e i nostri clienti”. Siamo in una sala espositiva all’interno del quartier generale della Ariel. Intorno noi sostano vari veicoli del passato dell’azienda – un biciclo Ariel Ordinary del 1870 qui, una moto d’epoca lì – e Saunders accenna a un Ariel Quadricycle del 1901 alla sua destra. Viene da un’epoca in cui le automobili a vapore competevano sul mercato con quelle a benzina, e la tecnologia si muoveva a un ritmo tale che quello che era nuovo a marzo era già obsoleto a giugno. “La situazione è di nuovo simile adesso”. Nel 1901 non c’erano stazioni di servizio, proprio come oggi ci sono molte domande senza risposta sui veicoli elettrici. “Ad un certo punto”, dice Saunders, “devi tracciare una linea nella sabbia”. Questa nuova auto traccia diverse, profonde linee nella sabbia per la Ariel. Non solo sarà la prima auto elettrica dell’azienda, ma anche la sua prima con una carrozzeria chiusa, e non sarà economica. La Hipercar (abbreviazione di High-Performance Carbon Reduction) è in realtà la realizzazione di diversi progetti, con tre aziende principali coinvolte: la Ariel (progetto generale, telaio, sospensioni), la Delta Motorsport (batteria, autonomia, controlli elettronici) e l’Equipmake (motore, cambio e relativa elettronica).

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I suoi progressi sono stati finanziati, con fondi del governo, da una sovvenzione di 2 milioni di sterline da parte della Innovate UK, insieme a non pochi investimenti della stessa Ariel. I finanziamenti esterni termineranno 2019, l’anno in cui vedremo l’auto finita. Il suo nome è ancora in fase di decisione, ma sarà un nome, non lettere e numeri. Entriamo nello studio di design, dove il prossimo capitolo della storia della Ariel ‘Che cosa faranno dopo?’ poggia su un piedistallo, una struttura spoglia senza carrozzeria. È più grande di una Atom, ma più piccola rispetto alla maggior parte delle Supercar. Esistono attualmente due prototipi, entrambi nella fase di realizzazione del telaio. Questa macchina, ‘quella rossa’, è a trazione integrale.

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