Alpine A110

Colpo grosso. Parte Due.

Da una parte David Twohig, che ha ingegnerizzato la nuova A110 di Alpine; dall’altra Jean-Pierre Limondin, 78enne, che lavorò al modello originale. Oggi CAR vi propone entrambe le auto con i rispettivi creatori.

Normandia, domenica sera, estate, 1968. Il caldo opprimente del giorno sta iniziando a darci tregua, lasciando il posto ad una fresca brezza profumata dai campi che ci circondano. L’asfalto è ancora caldo, in lontananza il calore sprigionato ondeggia contro il cielo limpido sovrastante. Il silenzio regna sovrano, disturbato unicamente dal sibilo del vento che suona i lunghi fili d’erba.
Improvvisamente, da Sud, si avverte il rombo crescente di un motore. Gli alti giri ed i cambi di marcia rapidi fanno presagire a qualcuno con molta fretta; infatti, la passione dell’autista verso il pedale dell’acceleratore viene interrotta unicamente da stacchi della velocità di un battito di ciglia. Il rumore si fa più vicino e ben presto un’auto sportiva giallo mostarda spunta oltre un dosso, ci passa accanto e si tuffa nella curva a destra che la porterà in direzione Dieppe, i giri del motore variano ed il pilota innesta la quinta, controlla il suo orologio e sorride: è un buon giro. Fra mezz’ora, quando la Alpine A110 raggiungerà la città portuale, Jean-Pierre Limondin potrà accertarsi se effettivamente sia riuscito a battere il suo record personale. Questo è ciò che l’uomo si divertiva a fare nel weekend, 50 anni fa; prima il piacere e poi il dovere, visto che poi gli sarebbe toccata una settimana di lavoro ad Alpine, la piccola compagnia automobilistica francese che tante volte è stata nominata in frasi che contenevano anche il termine Porsche.

“Ero giovane ed un po’ matto in quei tempi, vivevo a 400 chilometri da Dieppe e facevo avanti e indietro ogni domenica per lavoro,” scherza Limondin che, con la sua abbronzatura, oggi, sembra almeno due decadi più giovane dei sui 78 anni effettivi. “L’obiettivo era di andare sempre più veloce del weekend precedente. Per tutti noi era una sfida a chi riusciva a fare il miglior tempo da Dieppe a Parigi. Ovviamente si poteva guidare molto più spericolatamente a quei tempi,” sorride. “Oggi c’è molto più rischio di incontrare la polizia…”

Limondin iniziò a lavorare per Alpine nel 1963 (la compagnia nacque il 6 luglio del 1955), attirato dalla fama del fondatore, Jean Rédélé, che, quando non pilotava 4CV modificate in Rally stradali, vendeva le Renault nella sua concessionaria di Dieppe, alimentando la sua passione, l’adrenalina e l’ambizione a suon di benzina bruciata.
“Inviai una lettera di candidatura ma non ricevetti alcuna risposta, così dopo tre settimane andai a Parigi all’ufficio di Rédélé,” ci spiega Limondin. “Si scusò per non avermi potuto rispondere, perché troppo occupato, e volle vedermi per un colloquio. Avevo un background da ingegnere elettronico, che non pensavo fosse rilevante, ma Rédélé mi disse: “Nessun problema, voglio allenare ed educare i miei dipendenti a fare le cose nel modo di fare Alpine.” Arrivai a Dieppe il lunedì seguente, prendendo il treno, 23 anni e valigetta alla mano, ed iniziai a lavorare per Alpine, sul prototipo sportivo M63.

La M63 Alpine-Gordini è stata la prima vettura del marchio costruita appositamente per le competizioni; basata sulla A110 di produzione, sostanzialmente si tratta della A110 Berlinette che la vostra immaginazione vi proietterà pensando ad Alpine (a meno che voi non siate dei fan sfegatati delle auto sportive degli anni 70, in tal caso vi verrà in mente la mostruosa Alpine A442, coi suoi 500 cv ed il V6 turbo…). La A110, che era un’evoluzione della A108, è stata una coupé assurdamente bella, sviluppata da Michelotti, che vantava meccaniche Renault sotto un vestito in fibra di carbonio. Fece capolino su tantissime foto di Rally degli anni ’60 e ’70, sfoggiando la sua silhouette snella, il naso fino e gli occhietti tondi, sfrecciando attraverso qualsiasi paesaggio, dall’asfalto della Corsica alle piste innevate delle Alpi.

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